SUSSUKANDOM

punk blog, situazioni ed altre porcherie contro ignoti senza spirito

Pub Love

(Quello che succedeal Pub Love voi non lo sapete. Intendo dire quello che succede dentro ma anche fuori, nel parcheggio o sul retro, oppure davanti all’entrata sotto la scritta al neon dove si esce a fumare tra un drink e l’altro. 

Voi non lo sapete e noi, alla nostra maniera, ve lo raccontiamo, perchè quello che succede al Pub Love merita di essere raccontato).

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Sciupafemmine

Custode indefessa delle proprie virtù, finì per perdere la testa di fronte a una cravatta oxfordiana in versione baltico-tropicale, color salmone cosparsa di pallini verde oliva. S’accompagnava, la cravatta, con una camicia giallo inappetente e con un abito da mezzo pomeriggio, grigio crepuscolare, nel migliore stile moscovita: magazzini Gum, per intenderci. Più che perdere la testa, stramazzò, ché un così micidiale cazzotto cromatico in mezzo agli occhi non l’aveva mai ricevuto: “Non ci posso credere!” disse stupefatta.

Le venne presentato da comuni conoscenti: Porfirio Villarosa, cottimista tessile, sempre affaccendato a inseguire aerei tra Gravellona Toce e il Saut Carolaina.

Scusi?

Stati Uniti, America.

Ah!

Mi permette ‘sta polkètta? O preferisce un maraschino?

Perché no, volentieri. Entrambi.

Seguirono un paio di valzerini romantici e poi dal bel Danubio blu si passò direttamente al tango della Bombonera, quello dove la dialettica “lunfarda” si esprimeva nello struscio voluttuoso. Porfirio trasudava sensualità da tutti i pori e lei se ne sentì stordita. Inebriata, accettò di visitare gli interni della Cadillac modello Fred Buscaglione e non si rese conto di quanto stava succedendo. Anzi no, ché nella frenesia del momento topico diede una tremenda gomitata al clacson, segnale distintivo per gli addetti ai lavori: Porfirio ha consumato.

“Avrà anche consumato”, disse il barista in seconda rivolgendosi agli avventori più intimi, quelli del giro, “ma adesso mi sembra che esageri.”

Era successo che quella tremenda gomitata inflitta al clacson dalla esagitata signorina, per la verità più intenta a difendersi che a concedersi quando aveva capito la piega che stavano prendendo gli avvenimenti, aveva prodotto un guasto all’avvisatore acustico, che strombettava come impazzito, con sommo imbarazzo degli occupanti la vistosa auto parcheggiata in un angolino strategicamente appartato. Infatti si stava avvicinando gente incuriosita da tutto quel frastuono e Porfirio Villarosa quasi si strangolò nel tentativo maldestro di rimettersi in ordine la cravatta: “Che figura di merda”, imprecò ad alta voce.

“Provvedi, dunque”, gridò la donna visibilmente imbarazzata e sull’orlo di una crisi di nervi, “non vedi che stiamo diventando gli zimbelli della festa!”

Ci vollero alcuni interminabili minuti prima che quel casino terminasse; Arturo Gaboardi, di professione elettrauto, si fece aprire il cofano, ravanò al buio e poi diede un violento streppone. “Finito tutto”: nel pugno stringeva un fascio di fili colorati. “Signorina, se vuole ci do un passaggio fino a casa, ho il Topolino qui a due passi.” “Grazie, ma per questa sera basta e avanza. Vado a piedi.”

“Di sicuro posso affermare che ha consumato”, aggiunse il barista capo con lo sguardo torvo perché era anche il padrone del bar, “ma ancora non ha pagato e il conto l’è lungo, cazzo s’è lungo.”

Calvo Pepàsh

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II°

La lunga notte

Qui ogni gusto è al posto giusto !

Mio caro Pub love, sei proprio ben assortito; il capo è già schizzato e ci serve un drink mentre le sue bariste sembrano coriste.

La musica è già alta e lui Renè, la alza di più.

Mentre tutti gridano, bisbigliano, sorridono e si cercano, io resto in disparte sulle mie e la guardo da lontano mentre beve con le sue amiche.

La notte è lunga. La gente è varia.

Alcuni scoppiati coi visi triangolari straparlano in altre visioni.

Quando sono uscito sul retro a fumare, un fighetto stava già vomitando tra le casse di Ceres. Un altro, che qui chiamano il tedesco per i capelli biondi ed il taglio nazi, mi viene incontro e mi offre storie e mercanzie.

È tutto un va e vieni, un via vai.

Torno all’interno e ce ne sono altri che non si reggono in piedi, che si appoggiano dove trovano inciampando nel assortimento di scarpe.

Sono entrati anche vecchi amici: il Drago e Tabasch.

Ora il Pub love è un vero bordello con regolare licenza.

Detto tra noi al piano di sopra ci sono due camere e gli amici di Renè possono salire a scopare. D’inverno le sveltine in macchina le evito volentieri.

Nel clima festivo di questo sabato sera oramai ci sono dentro tutti.

È arrivata anche quella zoccola con cui esce mio cugino; questa notte sembra si sia dimenticata il vestito. Ha indosso solo la pelliccia, le gambe e le pere, perché quelle si vedono !

La sua amica Ingrid, appena più vestita di lei, si sta già annusando con un tipo alto che non ho mai visto.

Mentre tutti cominciano a ballare e si dimenano come se non ci fosse un domani, io e Slay decidiamo di uscire.

Ci lasciamo alle spalle le voci e partiamo.

Torneremo forse più tardi per vedere cosa rimane di questa notte al Pub Love.

 

Joseph Purple

 

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III

Senza rumore

Sempre avvolto in un pulviscolo di granita fritta, in alcune ore della notte il Pub Love presentava il meglio di se stesso. Ed era quando faceva il suo ingresso Guizzante il Temerario, non più fresco di doccia però abbondantemente profumato all’essenza di nicotina con retrogusto di Tabasco armeno. S’era messo in testa che proprio lì avrebbe trovato, prima o poi, la donna dei suoi sogni. Non si poteva non notarlo, perché camminava come Julij Borosovic Bryner (in arte Yul Brynner), magari un po’ ingessato perché peccava di gigionismo, ma efficace nell’abbigliamento, alla maniera di Karamazov in fregola. Era magnanimo con gli irriducibili dell’ultimo giro, che erano lì ad aspettarlo proprio perché non avevano più un soldo in tasca.

Avete per caso visto la mia Oneiro?” E i bastardi, in coro: “È appena andata via.” Guizzante s’incupiva un attimo, poi lasciava una buona mancia che i baristi e gli sbollettati, sempre, si disputavano a suon d’insulti e cazzotti.

Eleonora d’Aquitania scrutava il sorgere del giorno e sentiva il bisogno di bere un caffè: visto che il Pub Love è aperto 24 su 24, niente di meglio. I due s’incrociarono mentre lui usciva in un puzzo cerebrale e lei entrava fresca di brina. E per entrambi fu paralisi.

Sono Guizzante il Temerario, piacere.

Sono Eleonora d’Aquitania, piacere mio.

Il caffè lo bevvero in piazza, mischiati agli operai turnisti, sempre incazzati contro i padroni.

Come dice la canzone, “cosi senza rumore nasce un amore”, mentre al Pub Love ancora si stavano menando per la disputa della mancia. Nessuno sapeva che sarebbe stata l’ultima.

Calvo Pepàsh

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IV

L’ autolavaggio

 

L’altra sera al Pub Love sono arrivato che tutti erano già avanti di almeno tre drink.
Quando sei in ritardo col bere, arrivi e non capisci mezza parola di quello che i tuoi amici stanno dicendo.
In quel momento sembra che l’unico rimbambito sia tu. In quei discorsi biascicati, inframezzati da pause e mugugni e da bestemmie classiche o in slang, tu non riesci ad entrare, non puoi capire, devi fartene una ragione.
Non è che non capisci perché ti sei perso l’inizio della discussione, non capisci perché ti sei perso 3 giri di alcol e il non-sense di tutto ti sfugge, non lo afferri.
I tuoi amici sono su di un altro pianeta e parlano una nuova lingua guardandoti dall’alto della loro illuminazione etilica !
In queste situazioni, o ti tiri pari con 3 chupiti di rigore rischiando di vomitarli mentre li stai bevendo oppure, è meglio lasciar perdere.

Così sono uscito a fare due passi.
Faceva freddo ma la notte era stellata.
Attraversai la strada e nell’ autolavaggio self-service di fronte al pub love, nonostante l’ora tarda e la bassa temperatura, c’era chi lavava la macchina.
” Oh brutti idioti…..” pensai.
Io ero arrivato in ritardo al pub love, mi ero perso 3 giri, e questi alle 23:30 di un mercoledì di Gennaio lavavano la macchina !!!!
“Allora il mondo è impazzito !” gridai come se fossi ubriaco.
Non mi sentirono, il rumore delle lance pulitrici coprì la mia invettiva.

Girai i tacchi e tornai verso il pub.
La scritta al neon mi invitava.
Non non volevo diventare anch’io un lavatore di macchine della notte.
Entrai a lavarmi tutti i cattivi pensieri.

 

Hunter Viniskia

 

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V

Mes chers amis…

Al Pub Love erano in pochi quelli che potevano accedere ai piani superiori benché in molti, troppi, ne hanno millantato turpitudini. È vero che c’erano camere d’amor prezzolato, ma soltanto fumo negli occhi per militari a metà prezzo e ragazzini brufolosi. Ripeto, la porta in fondo al corridoio si apriva per pochi. Modestamente, io ero uno dei pochi. Voglio precisare che le serate erano a invito e nel merito non vi era nessuna deroga. Gli onori di casa, come sempre, li faceva Madame Josephine Queen of the Serio River, che già aveva predisposto affinché ognuno di noi si sentisse immediatamente a proprio agio. In tutto, comprese ostriche bretoni e Chablis borgognone ben freddo. L’ambiente era curato nei minimi particolari, raffinato e intimo nelle singole alcove: direi che è inutile scendere nei particolari, ché tanto basta e avanza la fantasia. Vi era inoltre un salotto di più ampia misura, dotato di accoglienti Bergère rivestite di tessuto Gobelin ispirato agli arazzi del XVII secolo. Naturalmente vi era anche un invitante camino per coloro che amavano indulgere alle riflessioni interiori. Madame Josephine (per gli intimi “la zia Pina”) nell’arredare i volumi s’era ispirata un po’ ai club vittoriani, ma solo un po’, ché a troneggiare vi era un enorme apparecchio televisivo da un centinaio di pollici, vera attrazione per la spettabile clientela. Allo scoccare delle ore 21, precise, ci chiamava a raccolta e proponeva il programma della serata: “Mes chers amis… Ce soir vi propongo una programma esotico, casto il necessario ma ciò nonostante sensuale quanto basta per accendere le vostre galoppanti fantasie. Vi offro una rassegna critica della serie pubblicitaria del Caffè Paulista con gli indimenticabili Miguel y Carmencita. Dopo il Carosello, mi raccomando, tutti a nanna.”

Calvo Pepash

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VI

 

La retata

Il giorno che al Pub Love ci fu la retata, eravamo tutti in allegria giamaicana.
Mentre donnine mezze nude, alla vista dalle forze dell’ordine, correvano su e giù dalle scale, saltellando su di una gamba, nel tentativo di rimettersi i jeans; qualcuno aveva già pronto i documenti da consegnare al maresciallo.
” Le mie generalità sono ancora quelle di settimana scorsa; oggi non ho con me la carta d’identità!” esclamò il TabaK, che evidentemente era un habitué della locale caserma.
Ad alcune ragazze, con nonscialans, fu perquisita la borsetta.
La Ginger si oppose: ” Non potete mettere le mani nella borsa di una donna…….. È qualcosa di intimo, che non si può violare!”
Si fece allora avanti una carabiniera: ” Lo farò io……. Che tra signore, credo si possa fare !”
L’avvocato Barosi, ubriaco come Jack Nicholson in Easy Rider, eccepì: ” Non credo siiiaaaa una questione di sessszso……. Dovrebbe essere invece una quesssstione di mmmndato di perquisisissszzioneee !”
“Ecco il mandato !” Replicò il capitano, zittendo tutto il pub.

Alcuni finirono sulla camionetta.
Altri furono invitati a presentarsi in caserma il giorno dopo, per giustificare alcune situazioni poco chiare.
Quella notte ci fu anche chi, millantando conoscenze in politica, la fece franca. Altri, raccomandatissimi ” figli di”, non ebbero bisogno di millantare.
Ed io, vi starete chiedendo, come me la cavai ?
Ero nel bagno sul retro a pisciare.
Vidi le luci dei lampeggianti e sentii le voci, dopo che la musica venne spenta. Con la porta chiusa dal chiavistello, uscii dalla finestrella del cesso e rotolai in strada.
Mi godetti così la retata cento metri più in là, con un whisky tra le mani comodamente seduto ai tavolini dell’altro bar in fondo alla via.
Quella sera non avevo nulla da nascondere ma in questo paese, in cui gli onesti rischian più dei ladri, da certe situazioni è sempre meglio starsene alla larga; e poi vuoi mettere averli lasciati lì a bussare alla porta chiusa del cesso al grido di: ” Aprite, Carabinieri !”

 

Hunter Viniskia

 

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VII

La breve estate

L’ultimo bacio l’aveva deposto su labbra di donna in quel groviglio di urti che distingue la passione dal meretricio. Quelli di lei si esaurirono a prestazione avvenuta, ma gli restarono in mente come un ritmo sincopato, simile all’algebra simbolica. Traducendo: un bambino che scopre per la prima volta un conchiglia dai poteri magici. Né si era scordato dei deliri che ne seguirono. In maniera ancora indefinita, si sentiva tradito dall’amore materno: “Mamma, tutto questo non me l’avevi mai raccontato.”

Memore di quella notte di primordiale e irripetibile scozzonatura, Calvo Pepàsh, benché ormai fuori età, non perdeva occasione per intrufolarsi nei meandri fumosi del Pub Love. Fumo appiccicoso per un bicchierino che veniva sempre segnato sul conto di altri, come da regolamento non scritto. Gradiva, perché il Pub Love era stata la sua personale università delle cazzate, dove aveva preso confidenza con i Presocratici e l’ingegneria mineraria del Politecnico senza mai averne capito un cazzo. Al Pub Love venivano i poeti, di quelli con inclinazione alla martirizzazione; venivano i musicisti senza strumenti; venivano i pittori, mendicando almeno un carboncino. Venivano, cazzo, anche i “pulotti”, perché laddove c’è promiscuità d’idee poi magari ti scappa una debolezza, da loro detta “reato”.

Calvo Pepàsh guardava quel mondo dall’alto dello sgabello che la Direzione gli aveva assicurato ad perpetuum accanto alle spine della birra. Raccontava, quando l’uditorio s’era stufato d’inseguire farfalle e sollecitava qualche storia in bianco e nero. Mazurka Primitiva, ancora di cosce dure per un tango ma decimata da centinaia di sigarette gli teneva la mano e sorrideva: racconta a questi sbarbatelli di quando noi eravamo al centro della scena…

Era quello il momento in cui si spegnevano le luci e la solita antipatica voce diceva: “Ritrovata dentiera nel bagno degli uomini.”

Calvp Pepàsh

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VIII

Millantato credito

Non credete a tutto quello che vi raccontano sul conto del Pub Love. Ma quali baccanali, ma quali orge sfrenate, ma quali trincate da bohemien!? Non nego che qualcuno sia riuscito a fare un lingua in bocca, ma poi la cosa veniva ricantata in maniera esagerata, un po’ come fanno i pescatori della domenica, che quando gli va bene trasformano in balena l’unica arborella beccata per sbaglio. Ai miei tempi il posto era frequentato da sciupa femmine che sapevano come funzionava il meccanismo: o cucchi entro le 23,30 oppure ti organizzi in altro modo, vale a dire quattro spaghi, ché gli ingredienti di base non mancavano mai. E poi? Oèi bello, camminare che domani è un altro giorno e si vedrà.

Calvo Pepàsh

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IX

Due sgabelli

Nel nostro ambiente era stato soprannominato “due sgabelli”, cioè quanti ne occupava quando si sedeva al bancone adibito alle mescite. Una via di mezzo tra il ballerino di tango dipinto da Fernando Botero e le imponenti sculture olmeche rinvenute nell’area degli stati messicani compresa tra Veracruz e Tabasco. Giusto per usare un eufemismo, era un “ragazzone” un po’ ingombrante che non passava inosservato.

Frequentava il Pub Love perché era perdutamente innamorato di Galatea, esile femmina matura dal fascino a scoppio ritardato. Non la filava nessuno ma quando scendeva in pista per un tango anche i cuori più rudi e virili tambureggiavano alla maniera di Gene Krupa.

Il nostro eroe, che si chiamava Medardo, era anch’egli un gran “tanguista”, ma non osava invitarla per il timore di sbriciolarle la minuta cassa toracica. Mentre la donna danzava sprigionando sensualità come un “bandonion” arrapato, il giovane gigante sospirava con il gomito appoggiato al banco e tracannando “salsaparilla” corretta con rum giamaicano. Chi lo guardava nel suo struggimento non poteva che provare simpatia per quell’anima affranta. Le voci presero a girare come l’aria e alla fine fu Galatea a prendere l’iniziativa. Si avvicinò a “due sgabelli” e in maniera piuttosto rude chiese un posto a sedere, intossicandolo col fumo del mezzo toscano ch’era solita fumare quando non aveva un cazzo da fare.

Mi dicono che sei un ‘tanguista’, ma è vero?” Medardo, quasi in lacrime, le rispose: “Il tango è un pensiero triste da ballare, ma non sempre si può.” “Provaci.” “E se ti frantumo le costole?” “Sono sicura che sarà solo per amore e poi le mie sono di cemento armato. Andiamo in pista, timidone timidone timidì.”

Adesso vivono a Buenos Aires, al barrio Palermo, e “tangheggiano” che è una meraviglia per gli occhi. Però hanno un cruccio: vorrebbero fare figli, tanti. Ma nessuno dei due si fida, perché se dovessero prendere dal padre, la gestante non saprebbe da che parte farli uscire, neppure con un cesareo.

Calvo Pepàsh

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X

Reading e fiaschette

 

Lo scorso week-end io e Joseph Purple eravamo in montagna, in Val di scalve per la precisione. Alloggiavamo all’hotel Parapatti.
Joseph aveva un reading di poesia al Pub Love (perché il pub love lo trovi un po’ dappertutto); avrebbe cominciato verso la mezzanotte e quindi decidemmo di “caricarci” un po’. Non puoi leggere poesie da sobrio.
Alla quinta birra uscimmo a pisciare in compagnia. Era freddo, la neve sotto i nostri piedi scricchiolava. Entrammo nel bosco.
Non so perché e sinceramente non ricordo molto bene, ma cominciammo a salire…….. Barcollando……. Sempre più su……….
Scorgevo nel cielo un pezzo di luna, tra le frasche e le nuvole……… Continuammo a salire fino a quando le voci del paese si attenuarono e scomparvero.
Scomparimmo anche noi………. Nel bosco, di notte.

Mi svegliai con Joseph disteso pochi metri più in là.
Vicino a lui c’era un enorme cane San Bernardo.
” Vieni bello……. Vieni qui…… Salvami !” dissi con un filo di voce all’animale.
Gli bevetti allora tutta la fiaschetta.
Subito dopo arrivò un secondo San Bernardo e questa volta fu Joseph a scolarsi la botte.

Sono soddisfazioni…….. Ubriaco nel bosco, ti svegli con ancora voglia di bere e ti mandano il servizio in camera !

La serata di Joseph Purple andò a farsi fottere così come i due escursionisti dispersi, sulla cima della montagna, che i cani avrebbero dovuto salvare.

 

Hunter Viniskia

 

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XI

Pub Love è un’edicola di notte

Surrogavo il titolare dell’edicola quando era scoppiato. Bei tempi. Cominciavo alle mezza e finivo quando arrivava il primo giro dei quotidiani, dalle quattro alle sei. Il grosso della giornata, ma quasi sempre con qualche “addentellato scabroso”. Era una meraviglia: “Buongiorno, prendo il Corriere e, mi dica, c’è qualcosa di nuovo tra le pubblicazioni ahum ahum?”

“Sì, Eufigonia a fumetti, capitolo terzo.”

“E il secondo?”

“il distributore non l’ha ancora mandato.”

“Cazzo, grazie e buongiorno.”

“Cazzo, prego e non si faccia… Lasciamo perdere, che poi magari s’offende.”

In quelle ore della notte mi faceva compagnia “Impermeabile insanguinato” , un tipo che aveva la pessima abitudine di aprire il suddetto capo d’abbigliamento nei luoghi meno indicati, con la conseguente scarica di botte da parte di presenti, vari ed eventuali. Era uno spacca cazzo e gli presi le misure: “Oèi bello! Se lo compri vale mille, se vuoi solo guardarlo costa il doppio.”

“Se l’ha già guardato almeno cinque volte, glielo smolli per cinquecento lire, ché ormai l’album è unto e bisunto.” Così parlo il boss.

C’erano però anche altri tipi strani. Tipe, per la verità, di quelle che chiudevano bottega verso le tre. Con loro andavano forte le riviste settimanali d’uncinetto, come rammendare le calze con la scorlera (smagliatura) e piccola sartoria: qualche cliente manesco s’incontrava sempre.

Poi una notte si presentò uno che non avevo mai visto e che mi chiese “Scandalo”. Puzzava di “pulotto” lontano un chilometro. “Non so di che cosa parli.” Però da allora perdemmo quasi tutta la clientela notturna e “Impermeabile insanguinato” veniva solo per comprare Topolino.

Calvo Pepàsh

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XII

Pub love Stradale

Sembra buffo, ma i miei clienti hanno sempre pagato senza fiatare e alcuni sono addirittura diventati fissi. Facile immaginare il mestiere, però per esercitarlo bene bisogna sapere mettere le cose in chiaro fin dall’inizio. La tariffa base, per esempio, che varia dalla semplice alla complessa e di li non si scappa. Adulti o ragazzini non ci sono sconti; preferisco i ragazzini, che il più delle volte se ne vanno delusi e magari non li vedo più. Sono contenta per loro, perché non sanno quello che hanno rischiato. Altri invece si eccitano proprio perché c’è il rischio e ne sono consapevoli: sono i migliori, ché se la sbrigano alla svelta ma con gran soddisfazione. La loro, naturalmente. Non mi piacciono i poeti, profeti dalle mani e dalla lingua lunga: le prime invadenti come una piena del Po; la seconda intesa alla redenzione (la mia) e non alla loro. Meno male che anche loro sono brevi e pagando mi ricordano sempre che ci sono altre strade per riscattarsi. Potrei scriverne un libro, se fossi romanziera. Ma sono puttana divertita e i miei clienti li tengo a bada in modo semplice: prima d’iniziare il lavoro bevo mezzo litro di nitroglicerina e se mi scappa un colpo di tosse, come diceva James Shon Shon Coburn, bisognerà ridisegnare la mappa di questo fottuto paese.

 

Calvo Pepàsh

 

trattoria

XIII

Piccole notti

A quelli come me la notte ci fa un baffo. Io, di nascosto, ho visto cose da non credere come, per esempio, che c’è gente che alle sei del mattino va a lavorare. Provaci tu a chiedere una sigaretta a uno di quelli… Come minimo ti tira un cartone. Quindi è molto meglio non farsi vedere.

Ma mica si poteva rientrare a casa a quell’ora, ché poi i vicini cominciavano a mormorare: “Hai visto? Te lo dicevo io che sta mettendo la testa a posto.” E allora s’andava a chiudere dal Casazza, che stava oltre il passaggio a livello e che a quell’ora alzava la saracinesca per accogliere gli ultimi randagi. Il locale aveva un nome bizzarro: “Al Paradiso dei Gasisti” (con alloggio). Menu fisso: polpette alla misteriosa cucinate non si sa quando né con che cosa; uova calcificate; cetriolini bulgari in salamoia che come aprivi il tappo a vite si mettevano a cantare l’Internazionale; le varie ed eventuali erano appena state messe in casseruola per i ritardatari, perché chi aveva ancora qualche illusione da spendere, lì finiva. Il Casazza faceva sempre il distratto, il “tovaglia” come si dice, ma aveva l’occhio lungo. Lui le pulsioni inguinali le captava al volo e sapeva darti la dritta giusta: quanto hai in saccoccia? No, con quelli ti compri al massimo un uovo sodo e un paio di cetrioli.

Sì però ho vinto alle carte e il Bruglia m’ha detto che la grana me le da domani.

Il Bruglia quello sempre carbonizzato e che sta dopo l’altro passaggio a livello e dopo il canale? Hai voglia. Quello lì le cambiali le firma sul ghiaccio e poi neanche le suore gli danno più da mangiare.

Niente, eh?!

Ti offro un cetriolo in omaggio, ma proprio perché sei te.

Sì, la notte era proprio finita.

Calvo Pepàsh

XIV

Smascherato

L’incedere disinvolto e l’abbigliamento elegante non ammettevano repliche, perché rappresentavano il mio biglietto da visita quando mi recavo al Pub Love “Only for…”. Al mio apparire i “gorilla” all’ingresso malmenavano la massa e mi cedevano il passo con una riverenza. Non che il posto destasse in me voglie innominabili, ma lo frequentavo per chiudere la serata in compagnia dei miei pari oppure per stupire qualche mio ospite in fregola, ché poi un buon affare lo si sarebbe concluso.

Era l’epoca dell’acciaio e anche Madame faceva severa selezione: “Cercate di comportarvi come avete sempre fatto. Una botta e via.”

Me mi chiamavano “Birignao il fabbro” ed ero di casa perché dopo aver fatto urlare di piacere tutte le ragazze, Madame mi esentò da qualsiasi esibizione: “Portami clienti, e se mi arriva qualcuna dalla Cortina di ferro, la mettiamo alla prova con te.”

Quella sera conobbi Paprika Telotrikto che, mi disse, avrebbe potuto cercare fortuna altrove ma era stata attratta dalla mia fama di materialistico sciupa femmine. Mi resi conto di avere a che fare con una tipa forgiata come si deve e, devo ammetterlo, dovetti ricorrere a bassezze: “Eccellente, però non sei come Mariuska la Rossa.”

“Mariuska la Rossa, quella del porto di Genova?”

“Sì, la conosci?”

“Come no, era mia sorella. È morta di fame perché faceva credito a tutti. Come la mettiamo adesso?”

Smascherato, mi arresi, ma solo perché non avevo in tasca una lira.

Calvo Pepàsh

XV

Tra violini e bandoneòn

A me ci piace quando il Kaciaturian scaturisce la suoneria delle spade e ti fa sentire come un pirlotto che “zompa” pauroso e impacciato sulle lame “roventate”. Lui è un duro, perché quando suona “roventa” anche le corde del violino, che l’è proprio attaccato al “gànàsîn”, ormai simile a una bisteccona carbonizzata. Il violino l’è un mistero che scotta, come diceva Apelle buon’anima, figlio d’Apollo fatto di pelle di palle di pollo, e “smorbisce” anche la gente incallita dell’osteria, quella che vorrebbe cantare ma con quell’ arnese non gliela “vanta”. Però può ballare, sopra di tutto quelle robe strusciate che fuori della porta farebbero arrossire anche i tanghisti più lussuriosi.

A volte col Kaciaturian viene a far casino lo Snodato, scappato dall’Argentina perché accusato di depravazione erotica, che col bandoneòn ti riporta alle primordiali fantasie degli dèi australi, malandrini che sotto la linea dell’Equatore se la spassano benino anche loro.

Messi insieme, quei due lì, suonano cose che anche al Dioniso, famigerato e temuto alza sottane, ci zompa l’eccitazione che per esaurirla ricorre a frottole manuali di sfroso, che anche il tavolo sembra un assatanato.

Quando esco dalla Locanda del Cauto Cavallo sono sempre in bolletta e anche un pochino stravolto come un cavallo da tiro al Derby di Ascot, però…regass… vuoi mettere?!

Calvo Pepàsh

XVI

 

Regime

 

Passano i giorni ma sono anni, perché tu non badi al passaggio dei minuti mentre passano gli anni.

Seduti attorno al tavolino del pub love, non sapevamo che stagione fosse là fuori.

Attorno a noi solo manichini che, seduti immobili, bevevano con lunghe cannucce il liquore nazionale mentre ascoltavano dalle cuffie musica di stato.

” Perché voi non avete le cuffie ?” Ci urlò il barista incazzato.

Slay lo guardò di traverso, senza alzare la testa dal suo cocktail giamaicano. Io finsi indifferenza.

Il barista si avvicinò minaccioso e fu allora che Tabak estrasse dal giubbo una baionetta e lo trapassò inchiodandolo al bancone.

Uscimmo, nell’indifferenza totale.

Ora sapevamo che fuori era primavera, una leggerissima primavera moderna. C’erano gli alberi in fiore ed un vento tiepido.

Nelle vie del centro città, la gente passeggiava e lavorava vivendo in campane di vetro anti-rivolta.

Noi no !

Eravamo in pochi a non averne.

Ti raccontavano fosse solo una precauzione anti malattie infettive e ti mettevano sottovuoto.

Ogni giorno alla tv veniva annunciato un nuovo virus.

Doveva esserci timore, panico da diffondere sempre a piene mani.

Controllo.

Noi al controllo rispondevamo a baionettate.

Mentre il barista moriva dissanguato, ci aggiravamo per il centro.

Quando scese la sera tornammo nei boschi sulla collina dove ci nascondevamo per resistere.

 

Joseph Purple

 

XXVII

 

Nella nebbia

 

E’ nella nebbia che comincia la nuova storia dell’attacco. Nebbia che confonde i colori, i volti degli amici e di mia madre impazzita.

Per il resto io non abito più con loro ma vago nomade come un africano lontano dalla sua capanna.

Spaccio origano e mi sbando nei cortili e nei parchi, raccolta di lerciume, dribblando le pantere ed i borghesi.

Parla forbito e me li giro tutti come voglio.

La notte vado da lei.

” Eccomi delizia del mio corpo”. Splendida spogliarellista orientale che aspetta la sera la sua dose d’ anima e di droga.

Ce ne andiamo in macchina al Pub love, il nido, il rifugio, le nostre storie.

” Sigaretta ?”

” Cosa stai leggendo ?”

” I vagabondi del Dharma…….E tu ?”

“La foresta nella notte ”

Passiamo tutto il tempo a raccontarci, fino a quando albeggia.

Sole bastardo che sorgi tra i drogati per scaldarli un po’.

Busseremo alle porte del Paradiso.

Grazie per queste giornate e adesso……..

“Ciao amore, torno all’inferno”.

Stanotte ti ho voluta vicina nel momento del rito sbellicante, solleticante. Abbiamo fatto la lotta, nudi nell’abitacolo, con musica giamaicana. Poi è venuto il momento in cui ci siamo tolti il cervello e l’occhio si è acceso di mille riflessi.

Infine, il coma.

Forse domani………. speriamo………. ancora……….

Perché adesso, in questa stanza scavata nel tetto, manca il tuo abbraccio.

Sopra di me, solo gli astri posseggono la mia vita, mentre sogno e la nebbia lentamente si dirada.

Joseph Purple

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