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Oèi tè, sì proprio tè, io non faccio per dire, ma ricordati che quelli della mia generazione hanno pagato alla scienza un contributo salato mica da ridere. Te lo do io il nebulizzatore 0.2 in bomboletta spray, ché ai miei tempi di quelle vaccate lì ce n’era una sola e si chiamava “el Flit”. Stai lì bonino, “bàgiân”, che adesso ti racconto tutto il giro del fumo. Comincio dall’inizio, giusto per dare sugo alla storia e dimostrare che sono un buon narratore e non un “càsciabàll”. Dunque. Se dico “flit”, chi ha la mia età sa di che cosa sto parlando: un aggeggio a pompa contenente un liquido insetticida a base di Ddt: apparve nell’immediato dopoguerra e fece i suoi danni. Sterminava mosche e zanzare, ma anche con gli umani non scherzava un cazzo, visto che su di noi veniva usato per eliminare i pidocchi. Alcuni non sopravvissero, ma chi superò il devastante impatto, ancora oggi presenta sintomi quali, per esempio, la regressione infantile negli aspetti più imprevedibili. “El flit”, inteso come arma d’assalto, esercitava un fascino perverso. Quando ce lo tolsero dalle mani, ché dopo tutto la puntura di una zanzara non è dannosa quanto il cancro, facemmo un tale casino che i “grandi” si resero conto della grande cazzata. Ritornò in nostro possesso, opportunamente ripulito, sotto forma di surrogato delle pistole ad acqua, goduria estiva ma piuttosto cara sia in cartoleria che sui banchi del mercato. Risultato? Quando un fighetto con la pistola incontra una canaglia con “el flit”, il fighetto muore affogato: garantito al limone. Però si trattava di piccole scaramucce tra monelli, poca roba. No, cercavamo qualcosa di più eccitante, a parte fumare di nascosto. L’idea venne fuori quasi per caso: e se al posto dell’acqua usassimo la benzina? “Calma e gesso e soprattutto acqua in bocca”, disse il “Crapa”: “Un conto è affogarli, ma dargli fuoco mi sembra un filino esagerato.” Convenimmo per l’omertà, poiché se la cosa si fosse venuta a sapere sarebbero volate cinghiate e addio giochino. Tuttavia l’idea non venne abbandonata. Siccome non si poteva dar fuoco ai cristiani cambiammo l’obiettivo: incendiare le mosche. Apro una parentesi: l’oratorio di piazza San Luigi, laddove c’era il campetto di calcio, “limitrofitava” (neologismo con licenza poetica) con la stalla della cascina e i Ditteri abbondavano. Iniziarono gli esperimenti e venne appurato quanto segue: l’irrorazione della benzina infastidiva le mosche, anche quelle occupate a chiacchierare sulla “boâscia” delle vacche. “Ergemmo” (voce empirica del verbo pensare) che era impossibile inseguirle una a una con un fiammifero accesso. Il problema era dato dal fatto che il “pompista” del “Flit” non poteva contemporaneamente reggere il fiammifero acceso davanti all’ugello. Insomma, costruire in casa un lanciafiamme non era una cosa semplice. Bisognava lavorare in coppia: al “flitista” bisognava aggiungere un piccolo fiammiferaio e quando dico piccolo intendo basso di statura poiché al primo tentativo colui che reggeva il cerino acceso, benché bassotto, ne uscì come l’irascibile Yosemite Sam dei cartoni animati. Inventammo allora la figura del “reggitore” a distanza e in casa di alcuni di noi scomparvero misteriosamente le canne da pesca. Devo dire che fu un bel gioco ma, come sempre, durò poco. Primo per il prezzo della benzina in costante aumento e, secondo, perché il fienile prese fuoco.

 

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