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La prognosi dei medici era impietosa: cirrosi epatica in fase terminale. In altre parole, speriamo che muoia alla svelta così si libera un letto. Si sentiva avvilito e non tanto per il commento agghiacciante dei luminari. Si sentiva a quel modo nei confronti del destino cinico e baro, che già l’aveva fatto nascere figlio di enne enne dediti al furto il primo e alla prostituzione la seconda. L’unica cosa che ricordava di quel momento era il commento autorevole di una voce olimpica proveniente da un’altezza cosmica: uscire da un buco per finire nell’occhio del ciclone, che Zeus abbia pietà di codesta creatura. La sonora sberla canonica arrivò subito dopo. Ancora grondante degli umori materni si mise a strillare: “Che cazzo fai, picchi un bambino?”

Nel prosieguo della vita venne a sapere che a menarlo era stato un certo Dioniso, per gli amici Bacco, figlio dello stesso Zeus e di Semele, figlia di Cadmo e Armonia. Insomma, un tipo messo bene, di nobili natali. Il suo proposito era quello di trovarlo per rendergli pan per focaccia.

Si dice che sul letto di morte al morituro scorra davanti agli occhi l’intera propria esistenza, e anche a lui questo successe. Aveva girato tutte le più infime bettole del mondo, da Tokyo a Lisbona, dall’Alaska alla Patagonia, ma di quel “signorino” neppure l’ombra. Eppure sapeva, sentiva, che dietro l’angolo c’era gente che rideva alle sue spalle per le fortune colossali che andava dilapidando.

Tra i medici raccolti attorno al capezzale ve n’era uno, quasi etereo, che lo fissava intensamente.

Eccolo. Togliti la mascherina, bastardo!

Non posso, a voi umani è concesso solo d’immaginarci.

Quindi niente ceffone?!

No.

Cazzo, che vita di merda. Comunque sappi che ho speso tutto l’oro del mondo per cercarti e almeno di questo mi sei debitore.

Le distillerie te ne sono grate. Ora devo proprio andare.

Signor dottore aspetti, il paziente è morto. Sembra quasi che sorrida.

No sorella, sghignazza, e credo di sapere il perché. Provveda alla vestizione della salma, buongiorno.

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