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Non è un mistero, però è bene ribadirlo poiché i fatti che andremo a narrarvi, per quanto imbarazzanti, corrispondono al vero. Da giovane Calvo Pepàsh era un esuberante rivoluzionario con la mente indottrinata attraverso le pagine scelte degli Editori Riuniti, ma anche tempratosi negli scontri di piazza e negli espropri proletari. Insomma, un pedigree di rispetto, ma nell’intimo covava un sogno segreto che, se realizzato, ne avrebbe completato la carriera, innalzandola fino ai libri di storia: occupare la cantina del più conosciuto e apprezzato ristorante cittadino, cantina contenente “pezzi” rari quando non unici. Un progetto ambizioso, che avrebbe inferto un colpo mortale alla corrotta e decadente borghesia plutocratica. Per ogni fiasco di vino, a seconda dell’annata e del vitigno, la liberazione di uno o più prigionieri politici, detenuti sia in Italia che all’estero, Unione sovietica compresa. Anche il Cccp??? Sì, ormai ha esaurito la sua carica propulsiva.
Cazzo, era ora che qualcuno lo dicesse.
In una affollata assemblea propose l’idea, ma dopo pochi minuti l’Aula magna si svuotò: progetto personalistico e velleitario, roba da piccoli borghesi frustrati.
Rimasero solo quei pochi che i sogni li avevano già affogati direttamente dentro i resti di torbide pigiature. Alcuni di questi si erano comunque distinti per determinazione e capacità organizzativa e in loro era prevalsa la curiosità, sebbene tutt’altro che interessata al gesto rivoluzionario.
Ci fu qualche difficoltà nel formare la squadra d’assalto, strategicamente barcollante fin dal mattino, ma il diversivo funzionò e colse impreparato il personale di servizio, che non oppose resistenza. Qualcuno, si venne a sapere in seguito, si offerse volontariamente come ostaggio.
Il caso destò notevole scalpore e i mezzi d’informazione fecero a gara nel rivangare possibili e/o analoghi precedenti e l’intera storia del movimento operaio, per lo meno a partire da Filippo Turati, venne ripassata al setaccio, ma niente eguagliava l’originalità del colpo messo a segno. Dalla violazione della proprietà privata al sequestro di persona, dall’appropriazione indebita al turbamento della quiete pubblica fino al ricatto, l’elenco dei reati superava di gran lunga la più sfrenata delle fantasie. E poi, per dirla proprio tutta, s’era visto mai che per la liberazione di un dissidente tibetano venisse posta sul piatto della bilancia una dozzina di fiaschi di Bardolino, mentre per un brigatista rosso la contropartita era di “una” sola bottiglia di Brunello? L’opinione pubblica insorse: non c’è equità negli scambi. Le Autorità istituirono un’apposita commissione con una precisa richiesta: fare chiarezza nelle valutazioni. La risposta fu immediata : per il Chiaretto possiamo trattare a peso , esclusi i pentiti che hanno goduto di una riduzione della pena. Per loro solo acqua di Evian.
Ben presto, però, apparve evidente che all’interno della banda esistevano punti di vista contrastanti. Per esempio, l’intera partita di Chianti era stata “adottata” da uno dei membri, il quale trattava personalmente qualsiasi transazione lo riguardasse. Idem per i vini francesi, messi sotto tutela da un sedicente ex laureando in lingue.
Dopo un paio di giorni di tira e molla, la comunicazioni subirono evidenti alterazioni, chiaro sintomo di un forte disagio, messo in risalto da alcuni ostaggi riusciti a fuggire (“TUTTI I DETTAGLI DELLA FUGA, segue in seconda pagina): “È stato più facile del previsto”, disse alla stampa uno dei fuggiaschi: “Stavano dormendo tutti.”
Dalle testimonianze raccolte le Autorità si convinsero che l’occasione era favorevole per un colpo di mano. Quella pagliacciata doveva finire! Il ministro dell’Interno diede l’ordine di mobilitazione alle Teste di cuoio e in cuor suo augurandosi che si verificasse un finale cruento: in certi casi un po’ di sangue sarebbe servito a ribadire la pericolosità delle “schegge impazzite” e a ribadire l’autorità del potere legittimo: un morto per parte sarebbe stato l’ideale. Innanzi tutto mano dura.
Niente di quanto auspicato accadde. Anzi, il reparto speciale si trovò ad affrontare una situazione non contemplata dai manuali: convincere il gruppo di Calvo Pepàsh a sottoporsi a lavanda gastrica onde evitare un coma etilico.

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