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Sono diventato maggiorenne il 23 aprile 1950. Così aveva stabilito irrevocabilmente mio padre, nonostante la viva preoccupazione manifestata dalla mia mamma: “Nino, mi sembra una decisione prematura.” “Palle”, sancì categorico l’uomo: “Il ‘cit’ ha ormai quattro anni e 23 giorni, quindi è maturo per accompagnarmi allo stadio!” Aveva scelto quella precisa domenica non a caso: sulla carta la partita risultava abbastanza facile e lui, con me, ci teneva a fare bella figura. Al Comunale di Torino la Juventus incontrava il Padova e scese in capo con Viola; Bertuccelli Manente; Mari Parola Piccinini; Muccinelli Martino Boniperti Hansen Praest.

Opportunamente il genitore non disse alla genitrice che gli erano rimaste sulla stomaco le sette pappine rimediate in casa alcune settimane prima contro il Milan del trio Gre-No-Li. Fa niente, poiché la pratica fu archiviata con un perentorio 4 – 0. Che cosa ricordo di quella giornata? Praticamente niente. Solo alcune cose vaghe, forse un bonario rabbuffo quando domandai per quale motivo al posto della Marisa giocasse un certo Boniperti, ma erano cose che capivano soltanto i grandi e così lasciai perdere. Poi, che ero “inbaccuccato” come un esquimese poiché pioveva e mia madre non volle sentire ragioni: “Fa freddo e punto.” Infine, quella sì che la ricordo, una fetta di “castagnaccio” larga come il fazzolettone di nonna Teresa: entrambe le cose avevano lo stesso colore e siccome fin da piccolo avevo l’abitudine di ficcarmi in bocca il “copricapo”, trova molto più buono il “gnacio” e chiesi il bis. Ma siccome il troppo stroppia, vomitai. Amen.

 

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