In via Torricelli, modestamente

 

 

Nelle sere d’estate era quasi d’obbligo andare a mangiare il gelato dove lo facevano “più buono”. Sì, ma io non ho in tasca una lira. Neanche io. E allora? Andiamo lo stesso e ci accontentiamo di guardare quelli che mangiano il gelato “più buono”. La logica era ferrea: ci accontentiamo, pur di rimuovere il culo dalla sedia rigidamente plasticata messa a disposizione dal Bar Sport: intreccio di fili colorati che ti lasciavano profondi segni sulla schiena e sulle chiappe.
Uno dei posti dove il gelato era “più buono” si trovava alla diramazione tra via Ascanio Visconti e via Torriccelli, da noi, sfaccendati per partito preso, visitata anche nelle giornate uggiose d’aprile e d’ottobre. Perché lì si leggendava che ci andassero le più belle ragazze di Milano e siccome noi eravamo i più belli tra i ragazzi del Corvetto, l’attrazione risultava fatale. Anche con ‘sto tempo di merda? Tranquillo, ci facciamo vedere per “promozione”, così si sparge la voce che noi di piazza San Luigi siamo passati di lì giusto per dare un’occhiata e portare un saluto.
Il problema, come al solito, era la lira, perennemente assente dalle tasche. Come si poteva “promuovere” se almeno uno di noi non entrava lì dentro per portare il messaggio? Tranquillo, collettivizziamo i residui e, a turno settimanale, uno entra per un cono mignon e nel frattempo trasmette la lieta novella. Bella idea, ma se dietro al banco trovi una commessa che non gliene frega un cazzo? Tranquillo, i “wanderful boys” si distinguono per originalità: pistacchio e limone.
Pistacchio? A me il Tranquillo cominciava a starmi sul cazzo, per cui quando mi toccò il turno chiesi l’impossibile: fragola, anguria, panna, mirtillo e anche un tocco esotico di ananas. “Mi dispiace ma per cinquanta lire tutta ‘sta roba non ci sta.” Se usa il cucchiaino del caffè ne avanza.
Fu così che nacque il celebre gelato ai coriandoli.
Modestamente.

 

Calvo Pepàsh

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