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La tragica poesia del settebello

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L’inganno taciturno che accompagna la partita a scopa di un intellettuale in pensione è simile a quello del pastore errante assordato dalla bellezza delle stelle. Perché lui ha intuito, intendo in questo caso il giocatore di carte, che il settebello sta alla sua destra e sa anche che chi sta alla destra, quasi sempre ti cura perché sa che tu quel tre che ti tieni stretto prima o poi lo devi giocare in quanto i quattro, a parte quello sul tavolo, sono finiti. Non c’è un cazzo da fare, è un giro matematico.

Il pastore errante rimane con gli occhi aperti e sbarrati verso il cielo perché intuisce che il firmamento si muove (adesso non stiamo a sottilizzare sulle teorie copernicane) e quando ha rivisto ancora una volta che quella stella lucente prima stava lì e adesso sta là, dice va be’ e si mette a dormire.

Un lusso che l’intellettuale non può permettersi, però sa che il settebello è perduto, e si sente un po’ come il pastore errante, che prima di chiudere gli occhi all’atteso sonno si domanda: ma domani notte ci saranno ancora (le stelle, ovviamente)?

No. Il giro conferma che non ci sarà domani, il settebello è andato a puttane. Ma l’intellettuale è un poeta e traduce in riflessi stellari tutti gli insulti che gli sta lanciando il suo socio. Solo che le stelle tremano insieme ai bicchieri di vino.

Calvo Pepàsh

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