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I nomi propri che i genitori ci hanno appiccicato, a prescindere che ci piacciano o meno, racchiudono la capacità di sapersi adattare alle condizioni del momento. All’anagrafe sono Giuseppe, ma le riduzioni familiari e, soprattutto, le declinazioni vezzeggiative (o meno) ne fanno un’altra cosa. Giuseppe potrebbe essere Peppone (se supera i 100 chili) ma anche Pinuccio (se è piccolo e magro da destare preoccupazioni). Insomma, a ognuno il suo. Per citare un altro esempio, siamo pieni zeppi di Nino, diminutivo che va bene anche se ti chiami Asdrubale, basta essere l’ultimo della nidiata.

Quella che narro brevemente è la storia di un ragazzino che aveva il grande pregio d’essere ben educato fino a fare schifo e il difetto d’essere alto come un tappo e rosso di pelo. Non c’era verso, non gli bastava un “buongiorno” o un “buonasera” come facevamo noi. No, per lui erano tutti “cari…”: “Caro signore…”, Cara signora…”, Caro amico…”. È ben inteso che a noi tutte ‘ste moine stavano un “po’ tanto” sulle balle, ché ci facevano sentire, come dire, scorbutici, selvatici, scontrosi, mal mostosi, arroganti e via di questo passo. Però, un bel giorno, venimmo a conoscenza del suo nome di battesimo: Agostino, per la mamma “il suo caro Tino”.

Carotino! La sua fu una morte lenta e crudele.

Calvo Pepàsh

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